9) La Mothe le Vayer. La vera origine della religione.
La Mothe le Vayer presenta come causa dell'origine delle religioni
per prima la paura, poi le fantasie oniriche, infine le esigenze
della politica, teoria resa famosa dal sofista Crizia (vedi
Quaderno primo/2, capitolo Tre, lettura 12). Il filosofo francese
prosegue ricordando la tendenza degli uomini a divinizzare ci che
 loro particolarmente utile per concludere che gli uomini si
sono fabbricati da se medesimi gli dei onnipotenti. Filippo di
Commines fu uno storico medioevale. Jos de Acosta, gesuita
spagnolo, fu autore di una Storia dell'India. Gli argomenti a cui
si fa riferimento all'inizio della lettura sono le cinque vie di
S. Tommaso (vedi Q. primo/6, capitolo Undici, lettura 41).
F. la Mothe le Vayer, Deux dialogues faits  l'imitation des
anciens.

Tuttavia gli atei escludono quegli argomenti, dei quali sostengono
che nessuno  dimostrativo; ci che  reso loro abbastanza facile
dalle regole di un'esatta logica. S che dando a se stessi via
libera sull'argomento, alcuni credono, come Petronio (V framm.),
che le meraviglie della natura, le eclissi degli astri, i
terremoti, lo scoppio dei tuoni ed altre simili cose abbiano
prodotto nei nostri spiriti la prima impressione di una divinit:
Primus in orbe deos fecit timor: ardua caelo.
Fulmina dum caderent.
Altri, come Sesto, sono pi o meno dell'opinione di Epicuro, che
riferisce quella prima conoscenza alle visioni prodigiose che
l'immaginazione ci fornisce nel sonno (senza tuttavia ammettere
quei simulacri divini), delle quali spesso al risveglio
conserviamo un'emozione fortissima. Ma tutti concordano nel
ritenere che i pi grandi legislatori non si sian serviti
dell'opinione volgare in proposito (da essi non soltanto favorita,
ma incrementata come meglio potevano), se non per stringere con
quel morso il popolo stolto e quindi condurlo a piacer loro. Cos
Giuseppe de Acosta ci rappresenta i mandarini che governano la
Cina e mantengono il popolo nella religione del paese, pur non
credendo, dice, per parte loro, in nessun altro dio fuor che la
natura, in nessun'altra vita fuor che questa, in nessun altro
inferno fuor che la prigione, n in alcun altro paradiso fuor che
d'aver un ufficio di mandarino. [...]
Noi santifichiamo ci che ci fa del bene, diceva candidamente quel
buon religioso, in Filippo di Commines, parlando di Galeazzo di
Milano; ed  noto che una prostituta fu adorata dal popolo romano
per averlo istituito erede dei grandi beni ch'essa aveva
acquistati, come si dice, col sudore del suo corpo. Tale 
l'origine dell'adorazione del sole presso tanti popoli, che ne
sperimentano i benefici, ad eccezione di quegli etiopi e popoli
atlantici che lo detestano e lo maledicono per l'ardore eccessivo,
come dicono Diodoro Siculo e Plinio. [...].
E perci, poich non solamente siamo desiderosi del bene, ma ancor
temiamo grandemente il suo contrario, si inventarono quella
divinit che si volevano placare. [...].
E per mostrare che gli uomini si sono fabbricati da s medesimi
quegli di onnipotenti, e che essi ne sono veramente gli autori,
Ferecide  ricordato da Diogene Laerzio come il primo che nei suoi
scritti abbia parlato degli di, e Platone come quegli che forgi
e propose dei providentiam. Essi sostengono ancora che i pi
grandi uomini si sono ben accorti di quell'impostura divina, se
cos si pu dire, se pure, dopo Socrate, il timore della cicuta li
abbia costretti al silenzio.
Grande Antologia Filosofica, Marzorati, Milano, 1968, volume
dodicesimo, pagine 814-816.
